Il giurista giusto
Dissimulazione impropria: “Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica”: non serve la foto, perché nel ritratto dico-non-dico uscito ieri su Repubblica, a proposito di un nome di riserva che il Pd potrebbe mettere in campo per il Quirinale, è fin troppo facile riconoscere il profilo del professor Sabino Cassese.
8 AGO 20

Dissimulazione impropria: “Si parla a bassa voce di un nome molto autorevole e stimato, un giudice della Corte costituzionale attualmente in carica. Dal profilo bipartisan e senza precedenti parlamentari ma con esperienza politica”: non serve la foto, perché nel ritratto dico-non-dico uscito ieri su Repubblica, a proposito di un nome di riserva che il Pd potrebbe mettere in campo per il Quirinale, è fin troppo facile riconoscere il profilo del professor Sabino Cassese. Studioso di Diritto amministrativo di fama internazionale, cresciuto alla grande scuola di Massimo Severo Giannini, giudice costituzionale dal 2005, ex ministro della Funzione pubblica nell’effimero governo tecnico presieduto da Carlo Azeglio Ciampi nel 1994, il settantottenne Cassese, ordinario fuori ruolo di Teoria dello stato alla Normale di Pisa, è stato anche presidente, dal 1987 al 1991, dell’European group of public administration. In quella veste, tra l’altro, ha collaborato con l’Ocse alla riforma delle amministrazioni pubbliche dei paesi dell’Europa orientale dopo la caduta del Muro.
Nella sua lunga carriera, Cassese – ottimo amico del presidente della Repubblica uscente, Giorgio Napolitano – non è mai stato candidato in liste di partito. Soprattutto, mai il suo nome è stato accostato a iniziative di questa o quella parte politica o è comparso in calce ad appelli militanti. Non è né un Rodotà né uno Zagrebelsky, insomma. E non solo perché la sua funzione di giudice costituzionale consiglia l’equilibrio – non sempre quella funzione è interpretata in questo senso – ma perché fa parte del suo stile una certa pacatezza dialogante, una prudenza per nulla in contraddizione con la nettezza delle posizioni, che pure si richiamano al riformismo. Questa impostazione distaccata e anche disinibita, ha per esempio spinto Cassese ad approfondire, in un libro pubblicato dal Mulino nel 2010 e intitolato “Lo stato fascista”, la questione assai scivolosa degli elementi di continuità nello stato tra Italia liberale e Italia fascista, non pochi dei quali furono trasfusi nell’Italia repubblicana (basti pensare a strutture come Iri e Imi, alla legge bancaria del 1936, al Codice di procedura civile e al Codice penale, fino alla legge Bottai sulla tutela dei Beni culturali). Né “revisionista in cerca di consensi né polemista orfano di provocazioni”, aveva scritto Marina Valensise sul Foglio recensendo il libro tre anni fa, Cassese ha dimostrato di essere “un giurista senza pregiudizi” nell’affrontare “temi ancora scabrosi come la concentrazione dei poteri, l’esecutivo forte, la personalizzazione istituzionalizzata, l’efficienza dello stato”.
Uguale misura e uguale sicurezza le troviamo nella lettura del Mulino del 2011, intitolata: “L’Italia: una società senza stato?”. Lì Cassese ha indicato senza giri di parole i motivi per cui, a suo avviso, il paese ha bisogno non di meno ma di più stato: non nel senso di “stato grande datore di lavoro che assume dipendenti secondo il piacimento delle forze politiche”, ma di “stato-ordine giuridico, con un severo minimo di regole valide per tutti”.